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8/10

Coming Home regia di Zhang Yimou

Drammatico
recensione di Alessandro Giovannini

1973: il tentativo dell'insegnante Yu (Gong Li) di prendere contatto con il marito (Chen Daoming) che non vede da 10 anni, imprigionato per attività di sedizione ed ora evaso, trova un ostacolo nella figlia della coppia, ballerina in uno spettacolo di propaganda fortemente indottrinata dal partito e rancorosa verso il genitore, e dalla polizia che riesce ad arrestare Lu (questo il nome dell'uomo).

1976: finita la Rivoluzione Culturale, Lu viene riabilitato e può tornare a casa. La figlia ha ora trovato impiego presso una fabbrica tessile e non vive più a casa. La moglie Yu soffre invece di un principio di Alzheimer, che non le permette di riconoscere l'amato consorte, da lei chiamato insistentemente "signor Fang".

Esistono due anime in Zhang Yimou: quella del regista di blockbuster mondiali come Hero, La foresta dei pugnali volanti e La città proibita - grandi scene di massa, sontuose sequenze di combattimento - e quella più autoriale, che ha prodotto Lanterne rosse e gli altri primi film che lo hanno fatto scoprire al pubblico occidentale, permettendo ai registi della quinta generazione di ottenere rilevanza internazionale. Questo film appartiene alla seconda categoria, si tratta di un ritratto famigliare che attraversa una fase delicata della storia cinese recente, gli anni a cavallo tra l'era di Mao e quella di Deng, con una chiara condanna della prima in favore della seconda. La memoria persa da Yu è forse la memoria storica persa dal grande paese asiatico, che ha annientato sè stesso distruggendo il suo retaggio culturale. Insomma dietro il quadretto intimo rappresentato dal film si cela ben altro, e stupisce il fatto che la pellicola sia scampata alla censura cinese.

Nettamente diviso in due parti, ad una prima di stampo spionistico che ricorda le atmosfere de Le vite degli altri, girato spesso in notturna con ombre minacciose, ne segue una più solare incentrata sul rapporto sentimentale ormai impossibile per l'anziana coppia, data l'impossiblità di Yu di riconoscere il marito. Seguono quindi vari tentativi da parte di Lu di ottenere l'agnizione da parte della moglie, cercando di stimolare la sua memoria attraverso una serie di attività quotidiane che possano ricordarle il tempo trascorso assieme. Ciò dà vita alle sequenze emotivamente più forti del film, come quando Yu sembra avere un lampo di consapevolezza ascoltando il marito suonare una melodia al pianoforte, per poi ripiombare nell'oblio della malattia, o la bella trovata narrativa del marito che si finge dipendente del partito incaricato di leggere alla donna le lettere che il marito le ha scritto dal carcere. Sono scene cariche di pathos che possono richiamare alla mente Amour di Michael Haneke.

La regia di Zhang è pulita, senza vezzi particolari, ma sempre perfetta nel piazzare la macchina, nel creare suspence o emozione attraverso i dettagli e nel mettersi al servizio degli attori. Chen Daoming, attore cinetelevisivo già visto in Hero, è del tutto credibile nella parte, ma non può vincere la gara di bravura con Gong Li, forse nella sua migliore interpretazione. Ottima la scenografia, che a fronte di poche location riesce ad essere sufficientemente caratterizzata e credibile nel suo invecchiamento.

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