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5/10

Il silenzio sul mare regia di Takeshi Kitano

Drammatico
recensione di Alessandro Giovannini

Shigeru, netturbino sordomuto in un'anonima cittadina costiera, vive senza passioni nè aspettative, trascorrendo le sue giornate con la fidanzata, anch'essa sordomuta. Trovando una tavola da surf abbandonata sulla spiaggia, Shigeru inizia ad appassionarsi, fino a gareggiare in un torneo.

Un film i cui protagonisti non parlano del tutto è una novità  per Kitano, che al terzo film esce dal genere gangsteristico dei primi due per realizzare qualcosa di completamente diverso, o quasi. Infatti ciòche fa è prendere quei momenti di pausa silenziosa interposti nei film precedenti fra una scena d'azione e l'altra e farne la cifra stilistica di un intero lungometraggio. Ne esce una pellicola contemplativa del mare, elemento ricorrente nei suoi film, ma non solo: è un film molto meno poetico e molto più concreto di quanto si pensi; dice molto sulla società giapponese, sulla impossibilità  per una persona di umili condizioni di salire di rango, sull'assenza di stimoli nel Giappone moderno, sull'urbanizzazione selvaggia ed il deturpamento delle bellezze naturali del paese asiatico, sul malessere di vivere del giapponese contemporaneo (e questi sono temi ricorrenti nella filmografia del regista). La prospettiva con cui sono affrontati è invece differente dal solito: più stilizzata, per nulla violenta, lontana da qualunque caratterizzazione di genere, statica (anche a livello movimenti di macchina, praticamente sempre fissa), essenziale, povera se vogliamo. Curiosamente i due protagonisti suscitano tenerezza, ma non empatia, sono figure senza personalità, necessarie al regista per imbastire una riflessione di carattere generale sul rapporto fra l'uomo e il mondo, e fra l'uomo e l'uomo: la violenza della società  sull'individuo (pur mai mostrata esplicitamente) fa fuggire quest'ultimo in una singola passione che diventa ossessione, fuga dalla realtà  e oblio. Ma è una scomparsa serena, poetica, quella che il regista (che stavolta non recita) mette in scena: il finale è sì triste, ma non tragico come di consueto. Non si può dire che il film sia del tutto riuscito (lento fino alla morte, recitazione inesistente, tecnica elementare) è più che altro un esperimento di cambio di registro: Kitano mischierà questo stile minimalista con quello più pulp degli esordi nel successivo Sonatine, il suo primo capolavoro.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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misterlonely (ha votato 7 questo film) alle 21:52 del 10 maggio 2013 ha scritto:

Le giustificazioni per il voto basso quindi sarebbero "lento fino alla morte, recitazione inesistente e tecnica elementare"? Direi un'analisi talmente accurata da non lasciare spazio a dubbi di alcun tipo.

alejo90, autore, alle 10:36 del 6 giugno 2013 ha scritto:

se proponessi una tua analisi a riguardo renderesti la discussione più costruttiva...