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7/10

In Un Mondo Migliore regia di Susanne Bier

Drammatico
recensione di Fulvia Massimi

Rimasto orfano di madre, Christian si trasferisce in Danimarca con il padre. A scuola fa amicizia con Elias, vittima inerme dei soprusi dei compagni, e decide di aiutarlo, insegnandogli il "valore" della legge del più forte. Le conseguenze saranno drammatiche per entrambi.

"Il male sta in quello che sei? O in quello che fai?" si chiedeva Patrick Bateman in American Psycho di Bret Easton Ellis. Susanne Bier sembra voler rispondere alla domanda con una pellicola che torna ad esplorare alcuni dei temi chiave della sua filmografia. Acclamato al Festival del Cinema di Roma (Premio del Pubblico e della Giuria) - nulla togliendo al magnifico vincitore, Kill Me Please di Olias Barco (nelle nostre sale dal 14 gennaio) - In un Mondo Migliore recupera parte della riflessione iniziata con  Non desiderare la donna d'altri, indagando le modalità con cui i postumi di guerra e gli effetti della violenza si ripercuotono su una società "civile".

La traduzione del titolo originale (Hævnen, "vendetta") rende perfettamente l'idea, al contrario del corrispettivo italiano ed inglese: c'è del marcio in Danimarca. Nella modernissima democrazia del Nord, dove il bullismo viene liquidato come un portato naturale del percorso scolastico e un uomo può essere schiaffeggiato di fronte ai figli senza subire conseguenze, la giustizia è un concetto labile che si impara fin da bambini a gestire da sé. Due padri, uniti dalle rispettive difficoltà - per Claus (Ulrich Thomsen) la vedovanza, per Anton (Mikael Persbrandt), medico in un campo profughi africano, l'imminente divorzio - cercano di educare i figli all'inutilità della violenza.

Ma mentre il mite Elias (Markus Rygaard) assorbe la passività paterna trasformandola in arrendevolezza, Christian (William Jøhnk Juels Nielsen) nasconde il dolore della perdita materna dietro una maschera di glaciale indifferenza: picchiare più forte e per primi è il solo modo per farsi rispettare. A differenza del personaggio interpretato da Thomsen in Non desiderare la donna d'altri - sconvolto dagli abusi psicologici subiti in guerra al punto da riversarne l'orrore nella domesticità - Anton, chiuso in un ostinato idealismo, allontana il trauma bellico dalla quiete del suo chalet al mare.

La violenza non fa male se non le si risponde e dovrebbe essere educativo mostrare la potenza, tutta cristiana, del porgere l'altra guancia, ma l'orrore della guerra costringe anche il più incrollabile idealista a varcare il confine che separa la brutalità animalesca (non praticata ma incentivata) dall'umanità. Il dovere incarnato dal giuramento di Ippocrate non ha più fondamento in una società priva di leggi ma nel mondo "civile" l'etica della non-violenza ritorna con prepotenza. La Bier - anche sceneggiatrice con il fedele Anders Thomas Jensen - confida nel valore terapeutico del cinema e, nel tentativo di infondere speranza, sposa l'etica buonista di Anton, lasciando che il lieto fine equo-solidale riscaldi gli animi e metta tutti d'accordo. Eppure la sua analisi delle dinamiche di potere sociale e interpersonale (l'amicizia tra Elias e Christian) è acuta ed esatta, forte di quel minimalismo narrativo e visivo che del cinema "nordico" è tratto caratteristico.

La bella fotografia (di Morten Søborg) coglie una natura sublime, nel senso kantiano del termine, i cui spazi aperti attirano e insieme respingono lo sguardo spaventato da tanta maestosità: una natura placida e ribelle, ambigua quanto l'indole dei personaggi che la popolano. Esteticamente suggestivo, In un Mondo Migliore compensa con la bellezza delle sue immagini eventuali carenze di ordine narrativo, motivando pienamente la propria presenza nella cinquina dei candidati ai Golden Globes 2011 come "miglior film straniero". E, chissà, anche quella agli Oscar.

V Voti

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alexmn 7/10

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