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9/10

The Dinner regia di Oren Moverman

Drammatico
recensione di Leda Mariani

Una cena tra due fratelli con le rispettive mogli in un ristorante di lusso, fa venire a galla un orribile segreto. Tratto dal best-seller La cena di Herman Koch, il film di Oren Moverman è una bomba ad orologeria, perfettamente congegnata, che distruggerà per sempre, nel tempo che va dall’antipasto al dessert, la vita di ognuno dei protagonisti.

Stan Lohman (Richard Gere), membro del Congresso in corsa per la carica di governatore, accompagnato dalla giovane moglie Katelyn (Rebecca Hall), invita a cena in uno dei ristoranti più esclusivi della città suo fratello minore Paul (Steve Coogan) e la moglie Claire (Laura Linney). Quella che sembra essere una normale riunione di famiglia, si rivela invece l’occasione per discutere di un terribile omicidio commesso dai rispettivi figli e ancora impunito. I quattro genitori si trovano di fronte ad un doloroso dilemma morale: proteggere i propri ragazzi nascondendo la verità, o agire secondo giustizia e denunciare il crimine? Portata dopo portata i rapporti si frantumano, ed emergono i veri volti dei quattro protagonisti, restituendo una rappresentazione feroce della natura selvaggia dell’uomo, ben celata sotto la superficie delle convenzioni sociali e delle apparenze borghesi.

Dramma, commedia, satira, thriller: The Dinner è tutto questo e, in una maniera molto più sofisticata, verosimile, ed interessante, di un qualunque Perfetti Sconosciuti, terrà gli spettatori inchiodati in sala in attesa della decisiva e sconvolgente ultima portata.

Una singolare scansione degli eventi, che svela la deriva della Storia.

The Dinner è un film davvero sorprendente. Nel suo essere del tutto inaspettato a livello di tematiche, ci trascina senza sosta, in un crescendo continuo e ritmato, davanti allo specchio, per farci vedere dove stiamo andando e chi stiamo diventando come individui e come società.

Praticamente un thriller, che parte come se fosse una commedia brillante, ben scritta, intelligente e tagliente, soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Paul, è in realtà una storia che si colloca esattamente a metà tra dramma e commedia, e che inizialmente sembra incentrata sulla famiglia, con il racconto delle vicende dei Lohman, intrecciate alla storia dell’escalation di follia di Paul, così come di altri parenti, andando indietro nel tempo. Ma un crescendo molto sofisticato, scandito dal pretesto temporale /diversivo delle portate della cena ci conduce, in un clima sempre più orrorifico, verso la comprensione della pazzia di tutti i personaggi della storia. <<Nessuno si salva>>, come ammette anche Paul, forse solo il ragazzino di colore odiato a prescindere da tutti, come rappresentazione proprio fisica del pregiudizio. I personaggi che comunemente, per via archetipica, avremmo osservato con maggiore sospetto (il candidato al Congresso, ed appunto il figlio adottivo di colore), sono gli unici nella storia a mantenere un minimo di lucidità, che il bel personaggio di Gere (sempre vestito Armani di tutto punto), perde solo, per un attimo, durante gli ultimi istanti del film.

La sceneggiatura è davvero sorprendete: molto sofisticata e scritta in maniera ineccepibile. Un testo corposo e che lavora su più livelli, in netto contrasto con una fotografia molto “glam”che crea un continuo e straniante corto circuito estetico-narrativo. Non sembra proprio, ad un primo sguardo, ma il film è catastrofico, e fa lo stesso effetto che farebbe una fotomodella vestita a puntino che con acuta intelligenza, linguaggio forbito, e con tutte le parole più adeguate, ti dice che la fine del mondo è arrivata e che ci meritiamo tutti di morire.

Potremmo definirlo il film degli “scheletri nell’armadio”, ma di certo non fenomenologici, bensì esistenziali, morali, ed intimi. Non è infatti ciò che accade a contare, quanto più quel che i personaggi fanno gradualmente emergere di sé stessi.

The Dinner racconta la fine del concetto stesso di famiglia, così per come è stata intesa fino ad oggi e, come dice Paul, <<sopravvalutata>>. Rappresenta in maniera devastante la deriva delle idee, della morale, della giustizia, ma raccontata in maniera per nulla scontata, e mai banale. È il racconto di un egoismo sommesso e crescente, serpeggiante, quasi viscerale, nuovamente rovesciato, come nelle storie di molte altre pellicole di questo periodo, sui personaggi di ragazzini e donne, normalmente icone amorevoli, e che si trasformano invece in immaginabili carnefici, che puntano alla distorsione di qualunque verità, valore, ed ideologia. La morte definitiva dello spirito di carità, dell’empatia, in funzione di un atroce e sempre più folle egoismo.

Un film che parlando della deriva definitiva della famiglia, racconta anche quella della Storia (anche questo molto in linea con i tempi che corrono), che nei suoi ricorsi ha fallito: l’uomo non riesce ad imparare dai suoi errori, non compie una corretta mutazione. Gli esseri umani, che come sostiene il professore di Storia, <<sono scimmie stupide>>, non imparano, e il loro fallimento è perfettamente espresso dal personaggio di Paul: la sua voce si fa sempre più inutile, perché inascoltata, finché la Storia stessa non si piega ad altre versioni, deturpando sé stessa e mandando tutto all’aria. <<Noi scimmie stupide, stiamo impazzendo!>>.

Dal testo emerge ogni ipocrisia, su una struttura narrativa a spirale che torna ed insiste sugli stessi eventi, svelandoceli un poco alla volta (anche qui metafora del ricorso storico), fino all’epilogo.

Attori uno più bravo dell’altro, eccezionali, tutti, nell’interpretare le impensabili sfumature psicotiche di questi personaggi, così veri ed assurdi allo stesso tempo. E finalmente un nuovo ruolo davvero interessante per Richard Gere.

La colonna sonora ossessiva e potente che si muove tra Rock, Classica ed Elettronica, contribuisce a restituire un clima di profonda e crescente tensione, ed arricchisce potentemente questa narrazione così sofisticata e sorprendente.

Al solito, il doppiaggio penalizza moltissimo la recitazione, ed il tono tagliente della satira nei dialoghi di Paul.

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