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8/10

Amour regia di Michael Haneke

Drammatico
recensione di Federica Banfi

Due anziani maestri di pianoforte in pensione, Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), dopo una vita passata insieme, si ritrovano a dover affrontare una delle prove più difficili che la vita possa offrire: la malattia e la conseguente disabilità della donna, che porteranno Georges a dover fare i conti, completamente solo, con scelte dolorose e inevitabili.

Sin dalle origini l’amore, in ogni sua forma, è stato uno dei temi prediletti dalla settima arte. Indimenticabili le languide occhiate di Lyda Borelli, i commoventi sospiri di Rossella O’Hara e la prorompente sensualità della Saraghina di 8 ½. Tuttavia è sempre stato l’innamoramento, tuttalpiù il consolidarsi di un rapporto, ad interessare principalmente i cineasti dal 1895 a questa parte; non sono molti coloro che hanno deciso consapevolmente di mettere da parte le farfalle nello stomaco, per andare oltre, raggiungendo la vecchiaia, scavando nella sofferenza, toccando temi violenti e controversi. È da qui che parte Michael Haneke, che col suo Amour, vincitore della palma d’oro alla 65esima edizione del Festival di Cannes, indaga le miserie e i dolori dell’amore, con l’occhio umano e al contempo impietoso che lo contraddistingue.

L’ermetismo di Haneke, che si manifesta sin dal titolo, un semplicissimo Amour, si propaga per tutta la durata della pellicola, ambientata in claustrofobici e sterili interni (location predilette dal regista, teatri di violenza inaudita già incontrati in Funny Games e Il nastro bianco), grazie alle superbe interpretazioni di due dei più grandi attori francesi contemporanei, Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, che conducono le danze accompagnando magistralmente una sobria, ma al contempo spietata regia tipicamente hanekiana, sempre alla ricerca della violenza, anche nell’amore. Lo spettatore viene trascinato in un teatro della miseria umana, obbligato suo malgrado ad assistere alla decadenza fisica e mentale di Anne, impotente, violentemente costretto a porsi nei panni di Georges, e a trovarsi nella difficile posizione di decidere della vita di un’altra persona. Caratteristica della filmografia di Haneke è proprio la crudele capacità di portare lo spettatore ad immedesimarsi tragicamente nei suoi personaggi, soffrendo delle loro stesse rovine (la consapevolezza della malattia di Anne e l’ineluttabilità della morte, in primis), maturando inevitabilmente le stesse conclusioni dei suoi protagonisti. Nonostante su carta la pellicola possa sembrare dedicata al tema dell’eutanasia il regista riesce a svicolare, impedendo al fruitore di porsi domande di ordine morale, lasciandolo libero di godere, seppur nella sofferenza, di una sublime storia di amore e morte, quasi un mirabile dramma da camera degno del miglior Strindberg.

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Voto degli utenti: 8,4/10 in media su 9 voti.

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bargeld (ha votato 8 questo film) alle 14:04 del 9 novembre 2012 ha scritto:

Per il ritmo, lento, immobile, per i dialoghi sporadici, per le inquadrature, quasi sempre telecamera fissa all’interno di una casa: è il motivo per cui Haneke potrebbe risultare detestabile, è il motivo invece per cui io lo adoro. Un film che scava ferite profonde, incatena le viscere, fa piangere amaro. È uno di quei film le cui immagini ti si stampano nella testa per giorni, la cui forza te la ritrovi, fisica e tangibile, mentre di notte spalanchi gli occhi e hai fame d’aria. E riesce in tutto questo semplicemente raccontando la realtà: vecchiaia, malattia, morte... E naturalmente amore instancabile, ed eterno.

tramblogy (ha votato 6 questo film) alle 10:16 del 30 dicembre 2012 ha scritto:

Recensione discutibile...Mha?!....a me personalmente ha un po' deluso...

Fabrizia Malgieri (ha votato 8 questo film) alle 18:06 del 25 gennaio 2013 ha scritto:

Un film costruito sui silenzi, su luci lattiginose e sulla contemplazione. Perchè, in fondo, non è anche questo l'amore? Ho recuperato "Amour" con ritardo. I film di Haneke vanno visti e assaporati come quando si sorseggia una tazza di the....e sì, l'ho trovato rudemente incantevole...riuscire a raccontare il dolore senza scadere nelle più facili delle emozioni è un talento di pochi. E Haneke ha mantenuto alto il suo talento di grande autore. Da riguardare tra qualche anno e riscoprirlo ancora una volta unico. Concordo con la tua recensione.

Marco_Biasio (ha votato 9 questo film) alle 15:00 del 10 dicembre 2013 ha scritto:

Devastante, come sempre. Si termina la visione non meno che annichiliti. Una sublime parabola di amore e sofferenza.