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9/10

Pieta regia di Ki-duk Kim

Drammatico
recensione di Nicolò Barabino

Corea del Sud. Gang-do è un sadico sicario assoldato da un gruppo di usurai per riscuotere i loro debiti. Senza famiglia e senza niente da perdere, il giovane tortura e storpia di debitori i poveri debitori che non riescono a pagare. La sua prospettiva di vita cambia quando gli si presenta in casa una donna che sostiene di essere sua madre. Inizialmente scontroso e violento, col tempo si affeziona a quella figura materna finora assente che nasconde però una tragica verità.

Col suo ultimo film il coreano Kim Ki-Duk ci porta di fronte una realtà sociale contemporanea crudele e spietata. Il titolo infatti trae in inganno. Al suo interno non è presente alcun sentore di pietà: le coscienze sono unicamente mosse e governate dal denaro; tutto si muove in sua funzione e tutto viene sopraffatto da priorità che uccidono e infangano la dignità umana.

Senza pietà è Gang-do quando “violenta” le sue vittime e senza pietà, verso i loro corpi e la loro vita, risultano essere le vittime stesse, disposte a sacrificare una parte di loro per sottomettersi alle leggi del capitalismo. Una pietà che viene sottomessa al sentimento di vendetta e al forte rimorso dell’incredibile finale.

Se la prima parte del film può sembrare leggermente lenta, piatta e ambigua (comunque carica delle consuete forti e destabilizzanti immagini del regista coreano) è perfettamente funzionale alla seconda, che improvvisamente trasforma il film in un inquietante “thriller” psicologico angosciante e feroce.

Cambiando in continuazione tipo di focalizzazione Ki-Duk turba e sbigottisce le coscienze dello spettatore, muovendo nello stesso tempo una feroce critica alla società contemporanea e alla sua ideologia capitalista, usando immagini di una violenza disturbante e una tecnica impeccabile, sospinta da numerose riprese a mano e accompagnate da un montaggio ritmato e deviante e snaturante, come nella scena in cui la donna, interpretata da una superba Cho Min-soo, intona una commovente ninna nanna.

Pieta è un grande film, una superba riflessione che illumina e sconvolge al tempo stesso

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Voto degli utenti: 7,9/10 in media su 7 voti.

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p.muratori (ha votato 7 questo film) alle 0:38 del 20 settembre 2012 ha scritto:

Pietà di Kim Ki-Duk

"La verità uccide più dell'odio" di Pietro Muratori

La locandina del film “Pietà”, l’immagine di una Donna addolorata, seduta con un velo bianco, che accoglie tra le braccia il corpo senza vita di un ragazzo, sembrerebbe non lasciare molto spazio alla fantasia, su quella che sarà la storia del film di Kim Ki-Duk.

L’icona della “Pietà”, in chiave moderna e popolare, presa in prestito dalla scultura marmorea di Michelangelo, per anticipare la rappresentazione cinematografica del sentimento religioso della Pietas. Un film (vincitore del Leone d’oro 2012 a Venezia, n.d.r.) dallo stile secco e diretto, che racconta la dolorosa condizione di una Madre.

La storia del protagonista del film di Kim Ki-Duk non è certo quella del Nazareno, ma quella crudele di Gang-Do.

Un racconto breve per immagini, pagine sfogliate ossessivamente per descrivere un’esistenza criminale, passata tra le spoglie mura della sua casa ed una periferia grigia e buia che fa da teatro alle sue atrocità.

Gang-Do (Lee Jung-Jin) è il braccio violento di uno strozzino senza scrupoli, le botteghe suburbane prendono la forma di stanze di tortura, dove gli artigiani insolventi subiscono le mutilazioni minacciate e poi eseguite da Gang-Do, con una modalità di riscossione che più che togliere i soldi toglie la dignità.

L’infortunio subito violentemente è l’unica soluzione per saldare il debito scriteriato, avendo la vittima sottoscritto una polizza infortuni, prima di ricevere il denaro maledetto.

Il contratto scellerato firmato dal malcapitato è la garanzia e la condanna stessa di chi sventuratamente si rivolge allo Strozzino, soldi utili per la sopravvivenza della propria piccola impresa, o destinati ad altri bisogni. Passivamente ogni artigiano taglieggiato affronta con rassegnazione l’attesa per la condanna certa, consapevole che il prestito gonfiato con gli interessi usurai del mille per cento, non potrà mai essere saldato se non attraverso l’incidente criminale provocato dall’impassibile Gang-Do.

A rompere la routine di questa lucida follia criminale del ragazzo sarà una donna (Jo Min-su), una sconosciuta incontrata per la strada, che in maniera pedante si professa come sua Madre.

A mitigare la reazione forte di diniego del “figlio”, saranno le frasi piagnucolose invocate dalla sedicente Madre, parole tese a strappare il perdono per averlo abbandonato.

Una colpa confessata dalla donna in maniera sommaria, assumendosi, senza riserve, la responsabilità per la malvagità del ragazzo, giustificando la condotta delittuosa del figlio, come inevitabile, non avendo avuto vicino a se l’amore di una Madre.

Dopo aver incontrato il rifiuto del ragazzo, e aver subito ogni tipo di umiliazione, fino a farle perdere la dignità di donna e persona, la donna riuscirà lentamente ad instaurare un rapporto decoroso.

Tra madre e figlio, sorgerà un fragile sentimento di pietà, come un sole debole a scaldare la squallida esistenza di Gang-Do e della misteriosa Madre, una flebile luce ad illuminare la loro infinita distanza.

La prima parte della storia del film è spoglia e gelida, come la solitudine. Le azioni criminali di Gang-Do, la freddezza dei pochi dialoghi, e la sua stessa esistenza, solcano una storia ripugnante, la visione del film a tratti si fa rivoltante, la pesantezza delle scene a volte viene alleggerita da un’ironia accennata.

Il sorriso però non trova mai posto in Sala.

Kim Ki-Duk dopo aver disegnato in bianco e nero la miseria umana, scolpito sulla pelle la Pietà, arriva a tracciare con tratto breve la Misericordia.

Al centro di questo universo di miseria umana c’è il bisogno disgraziato di denaro.

Il film avrebbe potuto avere come titolo “Le conseguenze del denaro”, sporco come la coscienza, un monito all’umanità, sentenziato dalle labbra della Madre “i soldi sono la fine e l’inizio di tutte le cose, amore, onore, rabbia, violenza, odio, gelosia, vendetta.”

I soldi generano il peccato, che come un virus entra dentro in maniera infima, soffoca ogni auspicabile lucidità, avvelenando l’anima !

Gang-Do sembra essere più l’Angelo Nero sterminatore del Dio Denaro, che non l’Esattore mutilatore dei poveri debitori, consapevoli che arriverà puntuale e lento come una clessidra, ad infliggere una punizione che non tarderà ad arrivare. Lla strada per l’inferno è tracciata.

Le riprese ed il montaggio firmano il film, le musiche ne scandiscono il tema.

Il cast così scarso quanto ricco di bravura recitativa, focalizzato principalmente sui due personaggi della storia, suscita ammirazione per l’attrice Jo Min-su, che interpreta i diversi volti in maniera perfetta, quello di una Madre disperata e pronta a tutto, la freddezza di Lee Jung-Jin è una maschera inespressiva di cinismo criminale.

“Solo dal sacrificio nasce la verità del cuore”, la frase, sottotitolo del film, è il messaggio che si scopre lentamente, in questa storia che ha il sapore di una parabola morale.

Il finale del film, dove Kim Ki-Duk esprime al meglio la sua arte cinematografica, è l’epilogo di un teorema sulla debolezza umana, che lascia senza fiato, arriva gelido come una lama di coltello che affonda lentamente come il dolore.

Pietro Muratori

ROX (ha votato 8 questo film) alle 18:16 del 28 settembre 2012 ha scritto:

bello, drammatico e forte... però a mio avviso le cose migliori di Kim Ki Duk sono altre

alejo90 (ha votato 7 questo film) alle 12:39 del 29 settembre 2012 ha scritto:

concordo. Questo Leone sa un po' di premio in ritardo....tanto valeva darglielo alla carriera!