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5/10

T2 Trainspotting regia di Danny Boyle

Drammatico
recensione di Enrico Cehovin

 

In seguito a un arresto cardiaco Renton (Ewan McGregor) decide di tornare a Edimburgo dopo due decadi di assenza per tentare di riappacificarsi coi suoi vecchi amici Begbie (Robert Carlyle), Spud (Ewen Bremner) e Sick Boy (Jonny Lee Miller).

 

Sono passati vent'anni da quando abbiamo visto l'ultima volta Renton, Begbie, Spud e Sick Boy. Vent'anni che Renton, dopo aver tradito i compagni ed essersi intascato i soldi, ha trascorso ad Amsterdam. Adesso è giunto il momento di rifarsi vivo, di tornare a Edimburgo.

Ma a vent'anni di distanza da Trainspotting, di Trainspotting cos'è rimasto?

Insomma, ci interessa veramente sapere cos'è successo alle vite di quei ragazzi, ci interessa veramente dare una conclusione narrativa a quel finale aperto che di suo era più definitivo di ogni conclusione?

A rendere enorme e ancora oggi fondamentale Trainspotting (prima il libro, poi il film) è l'immenso pregio di essere riuscito a catturare lo spirito del tempo. Nonostante la narrazione più distaccata di Welsh lasciava voce nel film a un certo compiacimento in quella di Boyle, i due avevano in comune lo stesso registro, l'assenza dei mezzi termini, e un generale interesse a raccontare non tanto le vicende e le azioni quanto un intero mondo fatto di sporcizia, squallore, tossici, stupefacenti, endovene, oversdosi, malattie veneree, neonati morti e allucinazioni. È chiaro che i carismatici protagonisti rendevano il tutto più scorrevole e digeribile, ma non era quello il punto. Perché T2 Trainspotting, basato ancora ancora una volta sul libro di Irvine Welsh Trainspotting (1993) e sul suo seguito Porno (2002), è prima di tutto, purtroppo, una storia di vendetta; ma i quattro ragazzi, ormai non più ragazzi, sono fuori dal tempo, non solo dal nostro, ma anche dal loro, tanto da non riuscire nemmeno a battere le mani a tempo su "Radio Gaga".

In T2 Trainspotting, Danny Boyle cerca costantemente non di aggiornare l'originale, ma soltanto di emularlo, riproporlo, riprenderlo, citarlo, condividendone gli ambienti, tornando per brevissimi frammenti a girare in pellicola, strizzandogli continuamente d'occhio, ma rivelandosi più interessato e improntato sulla trama che sul contesto descritto. Pur continuando ad attingere dalla cultura giovanile e mantenendo la sua libertà d'espressione (vedi le proiezioni capovolte sui corpi), a tratti esilarante (su tutte la canzone improvvisata al bar da Renton e Sick Boy "There were no more Catholics left"), pur includendo episodi del libro d'origine (come quello che ha per protagonista il padre di Begbie e che da il titolo al film), pur ripescando le canzoni originali ("Perfect Day" di Lou Reed, ma soprattutto "Born Slippy .NUXX" degli Underworld di cui nega più volte deliberatamente l'ascolto completo), la storia che Boyle racconta è un singolo tratto continuo, non più un affresco della classe sociale disagiata della città scozzese.

Veronika (Anjela Nedyolkova), nuova leva della banda, chiede spiegazioni a Renton su cosa sia il "Choose life": Renton spiega così il celebre monologo del primo film aggiornandolo al tempo di Facebook e Twitter, facendosi prendere, lasciandosi trasportare, finendo per crederci, esattamente come sembra fare lo stesso Danny Boyle con ľintero film, un progetto tutto basato sull'effetto nostalgia al punto da esplicitarlo palesemente nel tributo funebre a Tommy, nostalgico sì, anche emozionante se vogliamo, ma che si trasforma, forse volontariamente, forse no, nel funerale di "Trainspotting" stesso, che è stato, non è e non sarà mai più.

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