Beirut Hotel regia di Danielle Arbid
DrammaticoUna notte, a Beirut, la cantante libanese Zoah incontra l'avvocato francese Mathieu: lei non riesce a liberarsi dall'ex marito, lui è ricercato e sospettato di spionaggio. Tra i due nasce una relazione, caratterizzata da paura, desiderio, intrighi e violenza.
Una città sull'orlo di una crisi politica, una cantante vessata dall'ex marito una spia ricercata: ingredienti che fanno presagire un buon film di spionaggio.
Danielle Arbid, al suo terzo lungometraggio e memore di premi quali il Pardo d'argento per il documentario Seule avec la guerre, 2000 e il Pardo d'Oro per Conversations de Salon (2004), propone un'opera intrigante per la scelta di ambientarla nella realtà contemporanea libanese, cercando quel connubio tra il cuore e la pallottola tanto famoso (e trito) ad Hollywood.
La regia cerca il compromesso tra un film di taglio romantico ed uno spionistico con una buona interpretazione dei due attori protagonisti che sanno dare calore al rapporto sentimentale tra i loro due personaggi, anche grazie all'uso di frequenti primi piani che ne enfatizzano le emozioni. Il silenzio, gli sguardi e i gesti sanno creare la giusta atmosfera, sacrificando molto il dialogo.
Sarebbe perfetto se questo fosse un film romantico di due persone qualsiasi in un posto qualsiasi che vorrebbero vivere una qualunque storia d'amore.
Infatti l'elemento di spionaggio cade in secondo piano come semplice mezzo delle traversie tra i due innamorati, senza creare la giusta dose di tensione che il pubblico potrebbe aspettarsi; la narrazione viene dilatata in modo estenuante da quei silenzi e i pochi dialoghi spesso non risultano appieno all'altezza della situazione, creando momenti morti.
La situazione incandescente del Libano emerge poco, superficialmente: da cornice portante sembra divenire una cornice scomoda ed inutile, in quanto puro strumento per il fine narrativo romantico di Zoha e Mathieu.
La fotografia, per il resto, è a puro fine narrativo, con qualche svista tecnica (inquadratura traballante, effetto luce spesso non regolato a doc); lo stesso vale per il montaggio.
La colonna sonora non aiuta la narrazione, né viene sfruttata adeguatamente per i brevi, sporadici momenti di tensione della vicenda di spionaggio; un po' più sensuale l'interpretazione reale di Darin Hamzè (Zoha) di alcuni pezzi locali.
In breve...
Beirut Hotel presenta buone credenziali per un buon film di spionaggio classico, ma la venatura romantica diviene tema portante. Svantaggiati i buoni primi piani sugli attori e la loro interpretazione, che nonostante sappia donare calore alla relazione sentimentale dei protagonisti, non riescono a sollevare una sceneggiatura flebile, che fa risaltare adeguatamente la realtà libanese.
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