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8/10

Mr. Vendetta regia di Chan-wook Park

Drammatico
recensione di Fulvia Massimi

Per salvare la sorella da una grave malattia, l'operaio sordomuto Ryu si rivolge ad una banda di trafficanti d'organi. Truffato a sua volta, organizza insieme alla compagna Yeong-mi il rapimento della figlia del suo ex-datore di lavoro. Ma qualcosa va storto e il padre della bambina si mette sulle tracce dei due rapitori per vendicarsi. Sarà un bagno di sangue.

A ormai dieci anni dalla sua realizzazione, Mr. Vendetta di Chan-wook Park - capitolo inaugurale dell'omonima trilogia - non perde la sua attualità, né tanto meno la sua carica innovativa.

Forte di un realismo allucinato e straziante, e in parte ancora lontano dalle atmosfere grottescamente fumettistiche delle pellicole successive, il film di Park mette sul piatto della bilancia i topoi minuziosamente analizzati all'interno della saga: primo fra tutti il dissidio tra colpa e peccato, risultato della corruzione di una società bestiale e ferina, regredita allo stato di natura e dominata dalla legge del più forte (o del più furbo).

Chi ha i soldi può togliersi ogni sfizio, persino quello di sopravvivere, chi invece, come Ryu, non ne ha, deve arrangiarsi come può: la criminalità latente, incubata dalla forza gelida della disperazione, si amplifica fino al parossismo, conducendo gli innocenti ad atti inconsulti carichi di conseguenze nefaste.

Rinchiuso nella cella ovattata della sua sordità (dunque prigioniero, a suo modo, come gli "epigoni" Dae-su e Geum-ja), Ryu affida a voci altrui l'enunciazione del proprio dolore - è insieme straordinaria e lacerante la sequenza con cui si apre il film - arrivando infine a privarsi di un pezzo di sé pur di mantenere le promesse fatte.

Ma il mondo è crudele e spietato, specialmente con chi non lo merita, e si rivolta contro chi, con inesperienza, cerca di fregarlo. Park descrive con affilata ferocia un universo di sevizie taciute, rese silenti da una condizione di disabilità ma anche, e soprattutto, dall'omertà sociale, che copre con la maschera ipocrita della cortesia i torti appena compiuti: licenziare si deve, ma sempre col sorriso stampato in faccia e la mano tesa in una stretta compensatoria.

Il silenzio è un sovrano soffocante, così assoluto da rimbombare negli spazi vuoti del corpo e della mente: la totale assenza di colonna sonora - al di fuori di quella "naturale" e diegetica - unita all'amplificazione inverosimile dei rumori e all'uso di didascalie esplicative del linguaggio dei segni, ha il compito di dare forma alla condizione di Ryu, escluso sì dall'insopportabile invadenza dell'inquinamento acustico ma incapace di percepire il grido d'aiuto di chi lo circonda.

E' così che Park può inscenare l'orrore nella duplice prospettiva tipica del suo cinema - il surreale e il disturbante - facendo dell'isolamento di Ryu il suo veicolo d'espressione. Ed è così che un gruppo di studenti annoiati e infoiati può masturbarsi stimolato dai gemiti della sofferenza e una bambina morire di una morte assurda e ingiustificata, sulla quale l'occhio della macchina da presa indugia infine con tremenda e pur lieve insistenza, incurante del tabù in essa racchiuso.

Park - che pure si rivela profondo estimatore del principio tragico (greco) della morte oscena (ob-scaena) - adotta un comportamento ambiguo nei confronti dell'orrore innominabile. La sua predilezione per ciò che sta all'esterno del quadro rinvia ad un fuori campo che, per Deleuze, è testimone di una presenza inquietante, un "Altrove più radicale, fuori dallo spazio e dal tempo omogenei", collocato piuttosto nell'intersezione tra paura e tormento. Una coperta sudicia gettata sul corpo straziato nasconde la violenza più cruda ma le urla disumane e il suono di ossa e carne sventrate dal bisturi perforano i timpani e il cervello, suggerendo agli occhi ciò che non possono vedere.

L'esame autoptico delle umane aberrazioni si compie sul tavolo operatorio di un cinema che gioca al massacro con i sentimenti dei suoi personaggi - e, attraverso di essi, dei suoi spettatori: un uomo si dispera e poi sbadiglia, posto al cospetto del medesimo, raccapricciante, spettacolo, e la grottesca estetica dell'orrore promossa da Park è in grado di generare uno spasmo involontario troppo simile ad un sorriso per non inquietare chi lo produce. Sympathy for Mr. Vengeance recita, non a caso, la traduzione inglese del titolo originale - istituendo un parallelismo tra Ryu e il suo alter ego femminile Geum-ja, Signor e Signora Vendetta uniti dall'empatia del pubblico.

I toni freddi e obituari della fotografia di Byeong-il Kim restituiscono l'impressione di una realtà emotivamente svuotata, mortifera e voyeuristica in senso necrofilo (il verde è quello, hitchcockiano, de La donna che visse due volte e Nodo alla gola), a cui solo il rosso cupo del sangue e l'arancio brillante di un abito infantile restituiscono calore. Il fuoco (come l'acqua) è solo un altro ornamento funebre.

Sebbene presenti, a livello narrativo, un grado di realismo superiore ai capitoli successivi, in senso discorsivo Mr. Vendetta afferma (paradossalmente) un gusto per la distorsione poi attenuato in Old Boy e in Lady Vendetta. Attraverso l'uso di obiettivi grandangolari e inquadrature inconsuete per inclinazione e angolazione, Park deforma il reale fino a renderlo mostruoso, dipingendo un quadro espressionista che prefigura quello esposto nella cella di Dae-su.

La sceneggiatura frammentaria firmata dallo stesso regista con Jae-sun Lee, Jong-yong Lee e Mu-yeong Lee, si allontana presto dal proprio centro, deviando dal percorso inizialmente delineato per precipitare in un'ecatombe priva di speranza. La vendetta, totale e totalizzante, è una partita a scacchi che annienta le vite di tutte le pedine in gioco e che si propone infinita: non esiste redenzione, per nessuno. All'inizio del suo cammino sul sentiero della rivalsa, Park ostenta una cattiveria caustica e distaccata che non lascia scampo, destinata ad ammorbidirsi soltanto con la parziale redenzione di Dae-su e la piena espiazione di Geum-ja. Per il momento, non c'è catarsi.

V Voti

Voto degli utenti: 8/10 in media su 8 voti.
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Sydney 10/10
Slask 7/10

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 7 questo film) alle 11:52 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Sono perfettamente d'accordo con tutto ciò che hai scritto, ed è questa stessa corrispondenza che mi induce ad abbassare il voto. Il lavoro fatto sui grandangoli e sulle sfumature cromatiche è eccezionale e rende spesso il film simile ad un incubo, ma è l'abnorme quantità di temi in esso analizzati - anche solo superficialmente - e presi in considerazione che lo penalizza. C'è dentro di tutto: dalla polemica contro la sanità sudcoreana "americanizzata" (se non hai i soldi non guarisci, se ce li hai spera sempre che l'assicurazione sia benigna), la malavita organizzata, gli ostacoli degli handicap personali, il problema dell'occupazione industriale, la questione politica, le tensioni di classe, il nocciolo del rapimento "buono" e "cattivo", il senso dell'onore, la faida senza fine (ripetendo quanto avevo già detto, è forse questo il punto che rende il film troppo acerbo: alla fine chi si vendica di chi? e per cosa? e come finisce, se finisce? troppe direzioni contemporanee). Il tutto è, secondo me, ammonticchiato in un insieme ancora non del tutto coeso, e il risultato paga un attimo in brillantezza. Splendide alcune sequenze, come quella finale, ma d'altro canto è proprio vero che la classe non è acqua. Con Old Boy, tuttavia, siamo su un altro mondo, completamente. Questo è da 6,5 IMHO.

hayleystark, autore, (ha votato 8 questo film) alle 21:21 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Se posso essere del tutto onesta - e so di tirarmi la zappa sui piedi - detesto dare voti, se devo farlo perché "costretta" ok ma non mi piace per niente. Preferisco che sia chi legge la recensione a farsi un'idea e a trarne le conseguenze, come giustamente hai fatto tu. Io sono un tipo molto viscerale e amo scrivere, quindi il più delle volte mi faccio prendere la mano da quello che mi ha emozionato, senza pensare se sia o meno "quantificabile" (un atteggiamento sbagliato se vuoi giudicare in modo "obiettivo"). Tutto 'sto papiro per dire che, a volte, non c'è una ragionevole corrispondenza tra il voto e il contenuto, il numero è più un pro forma, ne farei volentieri a meno. Resto comunque dell'idea che Mr. Vendetta sia sicuramente acerbo (non avrei trovato aggettivo migliore), estremamente complesso e fin troppo ricco ma, parlando "con la pancia" (o, nel caso di Park, "con le budella") non riesco proprio ad associarlo ad una sufficienza e mezza. E poi, bè, tanto per non essere esageratamente di parte..Old Boy è la perfezione fatta cinema

Sydney (ha votato 10 questo film) alle 19:20 del 22 novembre 2011 ha scritto:

Adesso posso dire con certezza che è il mio preferito della trilogia di Park, nulla da invidiare a Old Boy, anzi... questo è anche più crudo e drammatico, veramente duro da affrontare. Capolavoro sottovalutato.