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6/10

Attenberg regia di Athina Rachel Tsangari

Drammatico
recensione di Giulia Coccovilli

È la prima volta che entra qualcosa di estraneo nella mia bocca”, più o meno queste le parole con cui inizia Attenberg, spaccato della vita di Marina, ragazza ventitreenne infantile e solitaria, alle prese con la scoperta di una sessualità che è restia a vivere in maniera spontanea. Marina non sa se le piacciono gli uomini o le donne, forse nessuno dei due. Le uniche persone con le quali ha un rapporto sono l’amica Bella e il padre, malato terminale, con il quale ha un fortissimo legame. È proprio con lui che Marina passa gran parte del tempo a guardare i documentari di Sir David Attemborough, finendo per riconoscersi nella specie animale piuttosto che in quella umana.

Secondo lungometraggio della regista e sceneggiatrice greca Athina Rachel Tsangari, Attenberg è un film che si distingue prima di tutto per la sua teatralità intrinseca, di cui si respira la presenza in ogni fotogramma. Uno spazio immobile nel quale si muovono come in una danza senza fine i corpi dei personaggi. Una cornice data da una cittadina greca senza nome che tenta di industrializzarsi smantellando una natura di cui Marina e il padre si sentono parte integrante.

Una natura che Marina e Bella cercano di incarnare in lotte ferine e divertenti balletti animaleschi. Sì, divertenti, ma anche un po’ fuori luogo e quasi inutili ai fini della storia, forse. Più precisamente, quando parlo di balletti, mi riferisco alle grottesche passeggiate-sfilate di Marina e Bella, vestite sempre con lo stesso abito, che ritornano più volte nel corso del film.

È come se a un certo punto la protagonista uscisse dalla storia, dallo spazio e dal tempo per riflettere, allontanandosi dal mondo per interrogarsi su di esso. È infatti proprio in una di queste scene che ha luogo il monologo di Bella sui cazzalberi, al quale Marina risponde schifata esprimendo la sua preferenza, eventualmente, per dei tettalberi. Di qui l’ingenuità e la purezza con cui Marina si rapporta al sesso: prova piacere nel toccare il seno di Bella, inorridisce all’idea che suo padre abbia il pene, ma allo stesso tempo, proverà piacere a fare l’amore con un ragazzo che ha conosciuto un giorno mentre giocava a biliardino al bar.

Un film che parla di tabù come il sesso e la morte con un’ironia dolce e delicata. A questo proposito, la Tsangari sceglie il padre di Marina come portavoce di un modo di affrontare la morte che mira a sdrammatizzarla e a considerarla semplicemente parte della vita, regalando allo spettatore piccoli momenti di humor nero riguardo alla cremazione, vietata in Grecia, a cui si può ricorrere solo spedendo i corpi all’estero, per poi far rientrare in patria le ceneri.

Tra i momenti più belli e sentiti, sicuramente la danza di sfogo di Marina in ospedale, davanti al letto del padre morente, sulle note di una canzone dei Bepop, gruppo preferito del genitore. Impossibile dimenticare poi la scena iniziale del film: inquadratura fissa su Bella e Marina, immobili e distanti, protese in avanti con il viso per infilare ognuna la lingua nella bocca dell’altra.

Tra i punti di forza, la sceneggiatura scarna, fredda, rigorosa e necessaria, e il lavoro degli attori, puliti nei movimenti e realisti nella recitazione, tanto che Ariane Labed (interprete di Marina) ha vinto il premio come miglior attrice nell’ambito della 67esima Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia.

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