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10/10

120 battiti al minuto regia di Robin Campillo

Drama
recensione di Leda Mariani

Nella Parigi dei primi anni Novanta, il giovane Nathan decide di unirsi agli attivisti di Act Up, associazione pronta a tutto pur di rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS che sta mietendo innumerevoli vittime. Anche grazie a spettacolari azioni di protesta, Act Up guadagna crescente visibilità, mentre Nathan inizia una relazione con Sean, uno dei militanti più radicali del movimento.

Act Up-Paris è nata il 26 giugno del 1989 in occasione dell’allora imminente parata del Gay Pride, durante la quale 15 attivisti misero in scena il primo “die-in”, restando distesi per la strada senza dire una parola. Sulle loro magliette era stampata l’equazione: Silenzio=Morte. Un triangolo rosa, marchio imposto agli omosessuali deportati nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, ma capovolto, simboleggiava la volontà di opporsi all’epidemia. Le origini di Act Up sono legate alla rabbia verso l’establishment medico, politico e religioso, la cui passività e i cui pregiudizi sono stati la base della gestione disastrosa dell’epidemia. L’obiettivo principale era quello di mostrare a tutti la malattia, smettendo di utilizzare immagini sfuocate, testimonianze anonime e rappresentazioni incorporee.

Fino ad oggi i membri di Act Up-Paris hanno combattuto la guerra all’AIDS su tutti i fronti, elaborando strategie per conquistare aree di conoscenza classicamente appannaggio dei soli medici. La società in generale andava mobilitata ed istruita, le informazioni andavano organizzate. La disobbedienza civile e le azioni dimostrative condotte ai limiti della legalità erano necessarie per far sentire la propria voce, ma Act Up ha sempre rifiutato la violenza fisica. Una delle particolarità del gruppo è appunto quella di occupare degli spazi pubblici non solo con le parole, attraverso le immagini o i cartelli, ma utilizzando i propri corpi, che diventano vere e proprie armi di “rappresentazione di massa”. L’urto simbolico di queste dimostrazioni, così come l’uso di falso sangue o di sperma, o addirittura delle ceneri dei membri uccisi dalla malattia (un vero e proprio atto politico), è stata la risposta di Act Up all’aggressività quotidiana del potere dell’establishment.

La profonda violenza del silenzio

120 battiti al minuto, film tanto lirico, quanto incantevole dal punto di vista dell’immagine, è una profonda dichiarazione d’amore alla vita. Una potente e disarmante storia d’amore, sia di coppia, che collettivo. Un racconto che fa capire quanto la comunità gay non sia diversa da quella etereo e che fa tornare alla mente cos’è l’attivismo politico, il vivere in e per la comunità, tutti legati da un unico inevitabile destino, tutti coinquilini nella stessa casa. Riemerge l’immagine sessantottina del “funerale politico”, che ci sbatte in faccia il fatto che nasciamo, viviamo e moriamo in un’inevitabile comunità.

Accolto come un capolavoro all’ultimo festival di Cannes, dove ha conquistato il Grand Prix, il Premio Fipresci e la Queer Palm, 120 battiti al minuto si candida a diventare uno dei grandi eventi cinematografici della stagione, ed è un film importante, indispensabile, necessario. Una storia che commuove profondamente: potente, dolcissima e violenta, valorizzata da un’incredibile recitazione in primo e primissimo piano e dalla fotografia tagliente, contemporanea, ma anche estremamente poetica, di Jeanne Lapoirie. Non si può dimenticare l’immagine della Senna insanguinata e la polvere delle ceneri che diventa quasi neve, trasportandoci continuamente tra le due dimensioni dell’essere umano: quella più alta, filosofica e morale, e quella animale, goliardica, più naturale. 120 battiti al minuto è un film profondamente lirico… intriso di poesia in ogni sillaba, in ogni fotogramma, nell’espressione dolce e convincente di ciascun attore. La recitazione e la regia sono intense, calamitanti e passionali. La colonna sonora pulsante e caratterizzante di Arnaud Rebotini ci riporta a quegli anni e crea fratture temporali nelle quali si incastrano perfettamente stati d’animo, angosce e speranze.

Philippe Mangeot, ex membro di Act Up, ha collaborato alla sceneggiatura, talmente polifonica ed intensa nelle discussioni e per le tematiche che riporta, in maniera estremamente verosimile, da far dimenticare, quasi sempre, il confine tra realtà e finzione. Gli attori, in particolare Nahuel Pérez Biscayart nella parte di Sean, Arnaud Valois nella parte di Nathan e Adèle Haelen in quella di Sophie, hanno recitato così bene e le loro parole sono così credibili, che viene il dubbio che facciano parte dell’associazione, trascinando lo spettatore continuamente verso la dimensione del documentario, ma in forma molto alta e appunto lirica.

120 battiti al minuto ci ricorda che la vita è violenta, ma di una violenza meravigliosa. Che vale la pena di essere vissuta, combattuta, sofferta e sentita, fino a quando non diventeremo tutti polvere. Ci ricorda (e lo fa con importanza, ed eleganza) che la vita è tutto ciò che abbiamo.

<<L'Aids è una vera e propria guerra che ha causato 42 milioni di morti>>, ha dichiarato Robin Campillo, regista in corsa per l’Oscar: <<Voglio che lo vedano tutti, perché la classe politica non ha fatto nulla>>.

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