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R Recensione

7/10

Toto Le Moko regia di Carlo Ludovico Bragaglia

Commedia Italiana
recensione di Antonio Falcone

Algeri. Se all’interno del commissariato si festeggia la definitiva scomparsa del terribile bandito Pépé le Moko, là nella Casbah i suoi “colleghi” ne rammentano le gesta, chiedendosi come poter dar seguito alla loro attività criminale ora che il carismatico capo non c’è più. La compagna di Pépé, Suleima (Carla Calò), sembra avere l’intuizione giusta, ricercare un parente che possa esserne degno successore: vi è infatti un lontano cugino, risiede a Napoli, si chiama Antonio Lumaconi (Totò), è un “uomo orchestra” ambulante che vive alla giornata, ed è ovvio che non stia più nella pelle una volta letto nel telegramma inviatogli di recarsi al più presto nella città magrebina per dirigere una banda composta da ottimi elementi …

Diretto con mano ferma da uno dei nostri registi maggiormente inventivi e poliedrici, Carlo Ludovico Bragaglia, molto attento a cogliere negli anni le variazioni del gusto popolare, sulla base di una sceneggiatura altrettanto solida e ben articolata (Vittorio Metz, Furio Scarpelli, Alessandro Continenza), Totò le Mokò più che una parodia del film Il bandito della Casbah (Pépé Le Moko, 1937, Julien Duvivier ) appare come una sorta d’ideale continuazione in chiave farsesca e surreale, cavalcando con una  certa disinvoltura i temi del paradosso e del nonsense, cari tanto al regista che al principe della risata.

Quest’ ultimo in particolare, al suo tredicesimo film, ormai entrato nelle grazie del pubblico, è lontano da quella svolta verso una comicità più riflessiva, soffusamente chapliniana, calata nel reale, che sarà rappresentata da Guardie e ladri (Steno e Mario Monicelli, ’51) e trasferisce ancora una volta sul grande schermo la maschera già portata al successo in teatro (vedi marsina e bombetta come abbigliamento base), una marionetta estremamente snodabile nel corpo e nel viso, per un’incredibile mimica gestuale e facciale, Pinocchio birbante la cui anarchia dei movimenti trova efficace contraltare in un’altrettanto estrema disinvoltura lessicale, una libertà d’espressione che scardina con irriverenza burlesca ogni forma e logica legata alla comune sintassi, facendosi così beffe di quanti siano  portatori di un linguaggio preordinato, spesso in rappresentanza di una determinata classe sociale o dei ranghi di una burocrazia stolidamente assurda, quindi del potere in genere.

Nell’adeguarsi, dopo gli equivoci iniziali (si va avanti, efficacemente, sul piano dell’ironia, per almeno venticinque minuti, giocando su termini quali “banda”, “fughe”, “tromboni”, “piano” “gazza ladra”), alla nuova situazione di bandito esemplare, grazie anche ad un unguento che gli conferisce una forza prodigiosa, Totò ben incarna nella sua arte d’arrangiarsi, adeguandosi alle circostanze, l’uomo del popolo, non ancora “uomo medio”, che lotta con furbizia per soddisfare i bisogni primari, sopravvissuto alle storture e brutture dittatoriali e belliche, affidandosi ora alle proprie forze, ora alla provvidenza per poter continuare a stare al mondo e  trovando, forse proprio in virtù di tali sforzi, adeguata ricompensa e soddisfazione finale.

Tra le scene da ricordare, oltre i suddetti equivoci iniziali, l’apertura, con la bellissima Mazurka di Totò, la danza apache, il duello col “risorto” Pépé (Carlo Ninchi), senza tralasciare alcuni calembour, a volte fini a se stessi (“Dove avete intenzione di condurmi a quest’ora?”; “In questura, dal questore”; “E il questore in quest’ora è in questura?”), altre con riferimenti all’attualità (“Qui sono tutti tolleranti. Questa è una Casbah di tolleranza. Con l’aria che tira finirà che la chiuderanno”), semplicemente ironici (“Tutti i giorni nella Casbah… Non sei un tipo casbahlingo”) o chiaramente sfottenti nel mettere in riga chi si concede arie da superiore (“Ma lo vuol capire? Lei è un cretino! Si specchi e si convinca”) .

Grazie alla sua valida costruzione complessiva, il film diverte e suscita risate ancora oggi: se poi siano meglio queste totoate, come all’epoca la critica definiva tali pellicole, in senso dispregiativo, o i lavori più “composti” che verranno in seguito, è questione ancora aperta, per quanto lo scrivente  apprezzi in egual misura ambedue, ritenendole espressione di una duttilità nell’estro comico, capace di molteplici sfumature, non comune e difficilmente ripetibile.

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