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8/10

La Mafia Uccide Solo D'Estate regia di Pif

Commedia
recensione di Alessandro Laganà

Arturo è un bambino di Palermo, la cui vita è strettamente legata alla storia della mafia nella sua città. Anni segnati dai tentativi di conquistare il cuore di Flora, compagna di classe di cui si è innamorato perdutamente, e di capire dove sta bene e dove sta il male nella sua città, cercando di guardare oltre all'omertà generale degli adulti.

 

Sostanzialmente esistono tre modi per fare un film sulla mafia. Si può fare un documentario, si può fare un film drammatico e poi ci sono le commedie, in particolare gli eccessi stereotipati e più o meno divertenti tipici soprattutto delle produzioni americane. La Mafia Uccide Soltanto d’Estate è il quarto.

Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, la mafia la conosce bene, l’ha vissuta, vista da vicino e, nel suo piccolo, sempre denunciata. Ha preso un po’ di tutti e tre i suddetti “generi”, senza scadere nei cliché, e ha creandone uno nuovo. Vero. Dissacrante e polemico. Divertente e drammatico. Ma per parlare del film bisogna innanzitutto spiegare chi è Pif.

Nato e cresciuto a Palermo, a stretto contatto con ciò di cui parla nel suo esordio cinematografico, muove i suo primi passi nel 1999 come aiuto regista di Marco Tullio Giordana sul set di “I Cento Passi”, raggiunge la fama con Mediaset, lavorando nel programma televisivo “Le Iene” e si afferma come intelligente e innovativo artista italiano con il suo primo programma tutto suo: “Il Testimone”, su Mtv. Soprattutto quest’ultimo è un prodotto di rara qualità per la televisione italiana, in cui Pif ha inventato un nuovo modo per fare inchiesta, un modo tutto suo. Munito di hand cam va in giro a ritagliare scorci dell’Italia e del mondo, dalle celebrità alla gente comune, dal suo punto di vista, senza filtri o aiuto-operatori. Solo lui, telecamera e ciò che essa filma. Con un sarcasmo e un’ironia che in pochi hanno e che in pochissimi sanno sfruttare a dovere. Un personaggio di spicco tra le menti migliori del panorama italiano, non solo televisivo. Lecita quindi una certa attesa per questa prima fatica sul grande schermo.

Dopo un prologo proprio stile Testimone il film comincia, conservando solo la voce narrante del regista, e racconta la storia di Arturo (Alex Bastoni da bambino e lo stesso Pif in età adulta) dal suo concepimento fino al presente. Con la sua vita che s’intreccia con quella della crescita dilagante della mafia a Palermo. Il suo amore mai confessato per la compagna di scuola Flora (Ginevra Antona e Cristiana Capotondi) e l’ascesa, a cavallo degli anni'70, '80 e '90, deu vari Riina e Provenzano nello scenario criminale palermitano vanno di pari passo. A ogni aneddoto divertente della sua storia se ne associa uno drammatico della vita della mafia, amalgamati perfettamente, facendo ridere (anche grazie a brillanti rappresentazioni parodistiche dei boss mafiosi) e freddando subito dopo lo spettatore con i drammatici eventi di cronaca criminale di quegli anni nel capoluogo siciliano, andando a colpire la coscienza sociale di chi guarda, ricordandogli anni bui e dolorosi della storia italiana, in un saliscendi di emozioni e sensazioni.

Concepito proprio mentre nello stesso palazzo si compie una strage orchestrata da Riina, Arturo cresce in una città in cui la mafia viene minimizzata e nascosta, una città in cui le persone che vengono uccise non sono uccise da mafiosi ma perché “gli piacevano troppo le fimmine”, un mondo edulcorato ed effimero, dove un bambino cresce con la convinzione che la mafia non esista e che solo entrando nell'età adulta, solo con le stragi, solo con la morte di eroi come Falcone e Borsellino si rende conto che la realtà è un’altra. Cresciuto nel mito di Andreotti, conosciuto grazie alla tivù e simbolo del tacito diniego democristiano della realtà mafiosa siciliana, con l’ingenuità di un bambino vive la dissoluzione di un falso idolo, grazie a ciò che accade davanti ai suoi occhi, intorno a lui, omicidi, stragi, che non si possono più nascondere e che fanno cadere il velo di omertà che lo circonda e che già da piccolo aveva intuito. Facendo capire a lui (e tutta la Sicilia) che la mafia esiste eccome. Così come esiste il suo amore per Flora, che quando si ritorna al presente della storia ancora non è a conoscenza dei suoi sentimenti per lei.

Una duplice ricerca tra l'amore e la verità di ciò che lo circonda, creandosi dei propri ideali contro il “io non ho visto niente” della maggior parte dei suoi concittadini, il film è un efficace intreccio di comedy e drama. Associa una normale commedia a una cruda narrazione delle stragi mafiose di quegli anni, con genuinità, mettendo molto di se stesso in quella che risulta essere quasi un'autobiografia romanzata. Un film, ed è doveroso sottolinearlo, girato in collaborazione dell’asociazione “AddioPizzo”, in modo che nessun set di ripresa fosse soggetto a pizzi. A riconferma dei forti ideali e della cognizione di causa del regista.

Riassumendo La Mafia Uccide Solo d’Estate è un gran film, abbastanza da far sorvolare sulle non eccelse capacità recitative di Pif e sul taglio registico un po’ troppo televisivo che ogni tanto fa capolino. Da far vedere ai bambini nelle scuole. Alle nuove e alle vecchie generazioni. Da far vedere a chiunque, perché usciti dalla sala si è una persona anche solo un poco migliore di quando si è entrati. Perché la mafia per quanto drammatica è parte integrante di questo paese e bisogna conoscere e ricordare tutto ciò che è successo e chi l’ha combattuta. Perché non bisogna far finta che quella parte dell’Italia non esista. Perché la mafia non ha mai ucciso, e mai ucciderà, solo d’estate. Stampandosi gli ultimi 5 minuti del lungometraggio nel cuore, senza dimenticarsi tutto il giorno dopo averlo visto.

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