Sunshine Cleaning regia di Christine Jeffs
Commedia“È uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare” potrebbe essere lo slogan delle sorelle Lorkowski. Rose, ex-Miss Popolarità del liceo con figlio a carico, si sente una fallita (e non basta il training autogeno davanti allo specchio per motivarla), Norah, ribelle che vive ancora con papà non ha mai rimosso il trauma infantile della morte materna. Insieme decidono di aprire un’impresa post-mortem particolarmente lucrativa: ripulire scene del crimine.
Presentato nel 2008 al Sundance Film Festival, Sunshine Cleaning rientra perfettamente nel solco di certo cinema indie particolarmente gradito anche al grande pubblico dopo l’enorme e inaspettato successo di Little Miss Sunshine (doppio Oscar nel 2007), a cui si avvicina pericolosamente e non solo nel titolo. Alan Arkin ritrova i panni del nonno svitato che, a suo tempo, gli valsero la statuetta (dopo quarant’anni e due nomination) e Albuquerque è nuovamente teatro delle bizzarre imprese di una famiglia disfunzionale non troppo lontana da quella degli Hoover.
La tragicommedia della Crisi colpisce l’America e mentre qualcuno si dispera, altri, come i Lorkowski, si arrabattano come possono, vendendo improbabili dolciumi e molluschi di contrabbando o ripulendo i resti biologici di qualche essere umano passato (forse) a miglior vita. Il mestiere, per quanto sgradevole e maleodorante, è catartico: aiutare gli altri mettendo ordine nel loro caos gratifica chi, come Rose (Amy Adams), novella Caroline Burnham, non trova pace nel constatare il fallimento del suo progetto di realizzazione personale: nel confronto con le classiche compagne di liceo arricchite e imborghesite che storcono il naso davanti al sudiciume della morte ma giocano a mangiare cioccolato sciolto dentro a un pannolino, arriverà la rivelazione.
Nell’assolata cittadina del New Mexico dove neanche un suicidio in pieno giorno è più in grado di sconvolgere, i freaks vivono ai margini, costruendo modellini aerei con un braccio solo e facendo tresling sui pali della ferrovia per urlare contro i treni in corsa, contro un “dio incazzato” che li ha privati di un pezzo di sé. Quei pezzi che Norah (Emily Blunt) nasconde in una scatola sotto al letto, attendendo che la tv le regali il “momento da torta” che aspetta fin dall’infanzia.
Chi cerca la felicità di una vita regolare sembra provare gusto a trasgredirla (in)consapevolmente: l’amore è un incontro a tempo in uno squallido motel o su un divano sfondato e l’unica portavoce sincera sembra essere una vecchina cui la morte ha strappato il marito. Tormentate dal passato (Norah) e dal presente (Rose), le sorelle Lorkowski trovano il modo per scendere a patti con i loro demoni. Ripulire la morte serve anche a questo: passarci uno straccio sopra per esorcizzarla, renderla biologica, una macchia su un muro, perché non possa più sconvolgere, fare paura. “Non c’è sporco che tenga” è, non a caso, la tagline italiana.
In un vecchio furgone si cerca il contatto con un Cielo sordo alle domande di un bambino: non c’è nessun dio, incazzato o meno, che possa dare una risposta ai suoi quesiti esistenziali e non ci sono morti che possano rispondere agli appelli dei loro cari. “È tutto molto toccante, se fosse un libro per bambini” insegna cinicamente Von Trier: nella bizzarra epopea dei Lorkowski non c’è metafisica che tenga, l’unica soluzione è rimboccarsi le maniche e affrontare giorno dopo giorno i resti di morte che imbrattano la via, con rispetto e professionalità (dal 1963). O scegliere di andarsene a guardare il mondo, in un viaggio on the road che accomuna tanto Norah quanto l’indimenticabile Claire Fisher di Six Feet Under.
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