A Il Mockumentary analizzato da Cristina Formenti

Il Mockumentary analizzato da Cristina Formenti

Se, come insegnano alle scuole di cinema, “la telecamera non mente mai” (“The camera never lies”), allora come deve essere considerato il cosiddetto mockumentary, forma ibrida tra finzione e realtà e facente parte del più ampio territorio della docufiction?

Ospite alla Cineteca di Milano, Cristina Formenti, dottoranda presso il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali all’Università degli Studi di Milano, ha presentato il suo libro Il mockumentary: la fiction si maschera da documentario, un interessante excursus su quello che in Italia è meglio conosciuto come “falso documentario”, a cui è seguito un interessante dibattito su tale forma filmica. Sebbene questo sia un genere prettamente cinematografico (ne è ancora scarna la produzione televisiva), nel nostro paese è ancora poco noto e scarsamente utilizzato, mentre spopola in Inghilterra e ad Hollywood: esso è una sorta di irrisione nei confronti del documentario (l’espressione inglese “mock” significa appunto deridere), un miscelamento di realtà e finzione con il preciso obiettivo di distruggere quelle che sono le differenze fra documentario e fiction.

Se il primo mockumentary della storia del cinema viene fatto risalire al 1965, con The War Game di Peter Watkins, in cui un attacco nucleare sull’Inghilterra viene raccontato sottoforma di documentario (si aggiudicò l’Oscar nel 1967), sono stati in seguito grandi registi quali Orson Welles e Woody Allen a portare al successo tale genere, sottolineando così il bisogno del pubblico di cimentarsi nella visione di prodotti apparentemente reali.

Nell’analizzare le caratteristiche stilistiche di un mockumentary, l’autrice del libro precisa che l’obiettivo di questi film è quello di fornire degli indizi allo spettatore, di metterlo in guardia, e dimostragli come, manipolando le immagini, sia molto semplice prendersi gioco di lui facendogli credere ciò che non è. Ma in realtà i mockumentary non vogliono assolutamente ingannare o filtrare false informazioni, bensì desiderano avvertire lo spettatore che ciò che viene considerato autentico potrebbe risultare invece una beffa. Film come Zelig (1983), The Blair Witch Project (1999) o il più recente The Imposter (2012) si travestono da documentario per raccontare vicende di fantasia in maniera realistica, ed è proprio tale forma che non solo rende questi prodotti affascinanti, ma traduce essi in strumenti utili per far riflettere il pubblico sulla tendenza a credere a tutto ciò che viene presentato come vero. Una sorta di funzione educativa, quindi, di quello che la Formenti definisce un vero e proprio fenomeno tutt’altro che concluso, bensì in continua espansione; ibridi dal carattere multiforme e sfuggente che ci suggeriscono come, nell’ambito dell’audiovisivo, la realtà sia intrinsecamente legata alla nostra percezione di essa.

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