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7/10

Quando c'era Marnie regia di Hiromasa Yonebayashi

Animazione
recensione di Fabio Secchi Frau

Anna è una dodicenne che vive con i suoi genitori adottivi. Da anni, soffre di asma e, quando la sua malattia peggiora, viene mandata a stare dai parenti della madre in un villaggio vicino al mare. Inizia così un'estate ricca di avventure in compagnia di una misteriosa ragazzina di nome Marnie.

Missione (quasi) impossibile: fare il botto prima della temporanea chiusura dello Studio Ghibli. Hiromasa Yonebayashi non si è tirato indietro e, messosi d’impegno, racconta una storia ambientata in uno scenario costiero dell’Hokkaido orientale: Quando c’era Marnie.

  Siamo in un villaggio marittimo e la dodicenne Anna, sguardo limpido e caschetto spettinato nero, preferisce rimanere in solitudine, sentendosi abbandonata da tutti e non riuscendo a relazionarsi con le coetanee del luogo. Dopo una serie di camminate che hanno per sfondo corsi d’acqua, foreste, paesaggi mozzafiato, avviene l’incontro con Marnie. Le due bambine si guardano negli occhi e, dopo qualche scambio di battute, scocca la magia. La complicità si sostituisce alla diffidenza, l’affetto si esprime in giochi, corse, inseguimenti, confidenze. Accomunate dalla stessa naturale innocenza, Marnie porta Anna con sé e, dall’altra parte, Anna impara a fidarsi di lei. Ma quando i problemi familiari di Marnie emergono e in Anna si fa più acuta la voglia di averla sempre vicina, un confuso senso di tragedia è in agguato. Resta la lezione: chi amiamo ci seguirà sempre, oltrepassando il tempo e lo spazio, pur di ricordarci che ci continuerà ad amare, anche oltre la vita. In questo caso, con la meraviglia di un doloroso grido.

  Semplice e diretta la favola di Yonebayashi (Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento) punta sulle emozioni e sulle immagini, davvero straordinarie (l’animazione è di Masashi Ando). Servendosi del romanzo omonimo fantasy per bambini di Joan G. Robinson e trasferendo la vicenda da Little Overton, un paesino della contea britannica di Norfolk che si affaccia sul mare del Nord, al Giappone, il regista e i suoi due sceneggiatori (Keiko Niwa e, di nuovo, Ando) cercano di spiegare il profondo e angoscioso dolore dell’abbandono. Il film, con la deliziosa (ma non molto simpatica, ahimé) Anna, intenerisce e immalinconisce (stategli alla larga, se avete la lacrima di facile empatia). Anche se non possiede il pathos e la dimensione epica che hanno fatto dei film della Ghibli dei capolavori, né personaggi che, per quanto molto umani, riescano ad affascinare lo spettatore, forse perché troppo oscuri e con amari squilibri psicologici per scatenare una possibile immedesimazione. È, infatti, questa la nuova (e ultima?) tendenza dell’ex casa di produzione di Miyazaki, che sembra aver abbandonato le storie ricche di magia e più infantili, per approdare a pellicole mirate a un pubblico più adulto.

  Rimane, comunque, un’opera apprezzabile e talentuosa che non può che essere definita come “bellissima”, forse un po’ troppo “ansiopatica” in certe scene da thriller hitchcockiano, per essere gustata anche dai più piccoli (ma non è forse e soprattutto la Paura uno dei motori fondamentali del loro mondo?).

  Vergognoso il fatto che il grande pubblico non lo abbia apprezzato, come lo Studio aveva previsto.

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