R Recensione

8/10

The Wolfpack regia di Crystal Moselle

Documentario
recensione di Giulia Betti

I sei fratelli Angulo hanno trascorso tutta la propria vita rinchiusi in un appartamento del Lower East Side di Manhattan, lontani dalla società civile. Soprannominati the Wolfpack, sono straordinariamente brillanti, si sono formati studiando a casa, senza nessun conoscente al di fuori della famiglia e non sono praticamente mai usciti dal loro appartamento. Tutto ciò che conoscono del mondo esterno proviene dai film che guardano in maniera ossessiva e che rimettono in scena meticolosamente, utilizzando elaborate attrezzature sceniche e costumi fatti in casa. Per anni questo passatempo è stato per loro uno sfogo creativo e un modo per prevenire la solitudine: ma dopo la fuga di uno dei fratelli (indossando la maschera di Michael Myers per proteggersi), le dinamiche familiari sono cambiate, e tutti i ragazzi hanno cominciato a sognare di avventurarsi all'esterno.

Che cosa pensereste se, passeggiando indisturbati nella First Avenue a Manhattan, vi trovaste di fronte un branco di adolescenti vestiti a mo’ di Reservoir Dogs tarantiniani?

Forse niente, probabilmente ridereste, magari non ci fareste nemmeno caso, dipende tutto dal vostro grado di curiosità e della presenza o meno in voi di un certo fiuto registico, una sensibilità per l’idea tipica di un artista.

La giovane cineasta Crystal Moselle non si è certamente lasciata scappare il grattino vincente, li ha fermati, li ha amichevolmente interrogati ed, affascinandoli con la sua cultura cinematografica, li ha convinti ad essere protagonisti ed interpreti del suo documentario d’esordio. Certamente, però, penserete anche voi, non basta essere stravaganti e muoversi in gruppo per suscitare quel grado di interessamento necessario per ergersi a personaggi d’un documentario, quindi, è d’obbligo allegare prontamente la vera motivazione che ha spinto la regista newyorkese a dedicare cinque anni di vita nella progettazione, sviluppo e realizzazione di The Wolfpack - Il Branco, opera vincitrice del prestigioso Grand Jury Prize all’ultimo Sundance Film Festival, nonché dei nostrani premi del pubblico e della giuria al Roma Film Festival 2015.

I sette fratelli Angulo, figli di una hippy americana, figura genitoriale passiva e sottomessa al proprio marito, e di un Inca peruviano seguace del culto Hare Krishna, membro dominante, maschio Alfa del gruppo familiare, sono nati e cresciuti in un appartamento del Lower East Side del primo e più densamente popolato fra i borough di New York City.

Lì, come Anne e Nicholas di The Others (2001), gli Angulo, ragazzi in carne ossa e non fantasmi, vivono segregati prendendo lezioni dalla propria madre, naturalmente in casa, e muovendosi in questa senza possibilità di uscita. Le chiavi dell’abitazione sono in possesso solo del padre autoritario, spesso ubriaco e disoccupato in quanto convinto che il lavoro renda schiavi e non liberi come si poteva leggere all’ingresso di molti campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale. E, come quest’ultimi predicavano bene attraverso la sopracitata affissione e razzolavano disgraziatamente male trattando i prigionieri come bestie sottoposte a continui maltrattamenti e sforzi disumani, anche le volontà (apparentemente innocenti e giustificate dalla tipica apprensione genitoriale) del signor Angulo, finirono per capovolgere completamente nel senso l’utilità del suo atteggiamento segregatore, che invece di proteggere la propria prole “sacra” dai mali del mondo, dalle droghe, dai pericoli e dalla perdizione, ha fatto di loro dei “Principi nella Torre” impossibilitati ad uscire ed interfacciarsi con il mondo, creando degli uomini incapaci a vivere normalmente nella società poiché nati e cresciuti in “cattività”.

Come i prigionieri della Caverna platonica, i sette fratelli Angulo, tutti chiamati con nomi in sanscrito, hanno imparato a conoscere il mondo attraverso le ombre, ovvero attraverso i grandi capolavori del cinema mondiale, fruiti in DVD e VHS (proibita era la televisione, il telefono ed il computer), e dando libero sfogo ai neuroni specchio, si sono esercitati a ricreare le più famose ed esilaranti scene di questi film, scrivendo ed imparando a memoria le battute e creando ed indossando i costumi realizzati con materiali riciclati, tutto ciò per imparare a vivere e conoscere quel Mondo ignoto, preparare la fuga e corrergli incontro.

 

 

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