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The Informers

Drammatico, Usa (Senator Entertainment Co, 2008) 98'

di Gregor Jordan

scritto da Alessandro Pascale

Ambientato a Los Angeles, nel 1983, il dramma si sviluppa nell’arco di una settimana durante la quale saranno raccontate le storie di sette personaggi tra cui giovani viziati, produttori cinematografici, rockstars e persino un vampiro..

Ah gli splendidi anni ’80! Quelli del disimpegno, dell’affermazione di una nuova razza antropologica, della crisi dell’amore libero dovuta all’affermazione dell’AIDS, quelli dei soldi, del liberismo economico e dell’individualismo sfrenato. Gli splendidi anni ’80 in cui l’individuo mostra opulenza senza essere felice. Gregor Jordan (Buffalo Soldiers, Ned Kelly) offre uno spaccato perfetto di quanto sintetizzato finora.

Esagerando un po’ forse, nel senso che l’ottica scelta è quella di seguire i personaggi rappresentanti probabilmente il peggio del periodo: il giovane palestrato yuppie, la ragazza perennemente con le tette al vento che pensa solo a scopare e prendere il sole, l’uomo di mezza età che torna dalla moglie pur non amandola solo per non perdere soldi dal divorzio, una rockstar pedofila e drogata, un anonimo portiere d’albergo pronto a fare qualsiasi cosa per sfondare, una moglie disfatta e affranta e un delinquente rapitore di minorenni.

Gli ultimi due personaggi sono interpretati da Kim Basinger e Mickey Rourke, che per l’occasione tornano a recitare assieme in un film (pur non incrociandosi mai nella storia) dai tempi dell’ormai leggendario Nove settimane e mezzo. Il soggetto e la sceneggiatura sono il risultato dell’adattamento di una serie di racconti di Bret Easton Ellis, ma a fare la parte del leone non è in realtà una serie di eventi e storie che vanno di fatto a ravanare nell’immaginario comune più negativo di quel controverso decennio, bensì la perfetta attenzione data alla regia e alla forma.

La fotografia e i costumi soprattutto sono perfetti, curati fino al minimo dettaglio, nel riuscito tentativo di rendere il clima gelido e vuoto. Ne emerge un’aria asfittica, soffocante e irreale, in cui assistiamo increduli al susseguirsi di azioni e gesti quasi robotici nella loro inumanità, dediti solo all’edonismo appariscente delle classi più ricche e agiate della società. I soldi non fanno la felicità verrebbe da dire, ma la malattia non è solo classista bensì generazionale, e lo conferma il profondo disagio psichico di ogni personaggio presente, compreso quel portiere d’albergo che proprio ricco non è, ma pare pronto a tutto per diventarlo.

Eppure tutta questa scenografia fatta di feste glam, vestitini corti, orgie ludiche, tradimenti, raggiri e lussuosità straripante, in cui il denaro è onnipresente nonostante sia invisibile in quanto dato per scontato c’è una cosa che manca: la felicità. Un aspetto più appariscente di altri caratterizza il film: non c’è l’ombra di un sorriso. Non un sorriso, davvero. In compenso, direte voi, sarà altresì il trionfo dei pianti, del dramma tragico. Invece no.

L’unica che piange e trova modo di avere una reazione vera e sincera è la moglie tradita Basinger. Gli altri personaggi sono lo specchio di Billy Bob Thornton (cast davvero notevole, comprendente anche Wynona Rider): delle maschere apparentemente incapaci di esprimere un qualsiasi sentimento. Incapaci del minimo mutamento di espressione facciale, tanto da apparire quasi dei mostri ad alcuni personaggi secondari (vedi l’inizio con i giovani impassibili a chiacchierare e bere al funerale di un loro amico). Nel momento in cui non ci sono più ideologie, valori forti cui aggrapparsi l’unico sentimento che riesce a smuovere un po’ le cose è l’amore. L’amore che scatena le gelosie, le discussioni animate, e soprattutto i ripensamenti profondi su un sistema di vita sterile e vuoto.

Ad arrivare a simili conclusioni è lo yuppie Jon Foster, che più di altri inizia un percorso di formazione individuale che dovrebbe correre in parallelo con quella della sua generazione. Colpito dall’ambiguità di tutto ciò, in una scena cruciale il ragazzo capisce quanto sia dannoso avere una libertà illimitata, e quanto possa invece essere consolante e più accettabile avere un benchè minimo riferimento morale, in grado di segnare il confine tra bene e male. La scoperta della malattia ormai avanzata che ha colpito la donna da lui amata sarà l’esito ultimo di ogni ulteriore dubbio. “Non c’è più sole ormai.” Non c’è più luce. E’ arrivato il momento di scegliere un nuovo stile di vita.



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