Nel 1968 l’artista concettuale Mel Ramsden realizza Secret Painting, opera composta da due pannelli quadrati di 31 cm ciascuno, uno dei quali è completamente nero, mentre il secondo contiene unicamente la scritta “The content of this painting is invisible; the character and dimension of the content are to be kept permanently secret, known only to the artist”. Con questo capolavoro dell’arte Ramsden relega lo spettatore a figura secondaria, se non nulla: l’interpretazione dello spettatore non ha più ragione di esistere se non nella pura anarchia. In altre parole, chi guarda può dire qualsiasi cosa su ciò che sta guardando, ma senza il diritto di dare veridicità e importanza alla propria interpretazione, in quanto essa esiste solo nella mente (non nella mano, nella mente) del creatore dell’opera. Allo stesso tempo, però, donandogli il pieno potere dell’interpretazione anarchica, senza limiti d’alcun tipo, non incanalata dai sensi, l’artista dà allo spettatore una grande possibilità: quella di diventare artista esso stesso, di creare, all’interno di quel quadrato nero, un mondo assolutamente soggettivo che, avvalendosi di quanto scritto nel secondo pannello, ha la stessa validità di quello creato (creazione, è bene ricordarlo, assolutamente non tangibile, priva di qualsiasi valore comunicativo) dall’artista.
Nel 1999 due giovani cineasti, Daniel Myrick e Eduardo Sanchez, danno vita ad un progetto cinematografico tanto umile quanto efficace: “Nell’ottobre del 1994 tre studenti videoamatori scomparvero in un bosco nei pressi di Burkittsville, mentre stavano girando un documentario…Un anno dopo fu ritrovato il loro filmato”. Punto. Per quanto il film spesso non sia visto di buon occhio e per quanto molto probabilmente il risultato finale vada oltre le reali intenzioni dei creatori, The Blair Witch Project è una delle più stupefacenti visioni sul rapporto tra arte e opera, sul concetto di soggettività del visibile e della realtà e sul concetto di paura mai realizzate nella storia del cinema. I due registi annullano (spesso in maniera totale) il visibile, elevando il sentimento dell’angoscia a sentimento archetipo. Le “tele” nere, che nelle scene notturne padroneggiano, non sono altro che la trasposizione cinematografica del Secret Painting di Ramsden. Dopotutto, è sufficiente sostituire la scritta dell’opera di Ramsden con la scritta che dà inizio al film: questo è l’incipit, ora tu immagina, crea il tuo mondo. Le scene notturne del film sono o completamente nere o illuminate in modo confuso, convulso, dando una percezione assolutamente frammentaria e carente di ciò che accade; sono piuttosto schianti di luce che invadono lo schermo, adottando una tecnica che ricorda quella dell’action painting, Kline in primis (sebbene i suoi fossero schianti di buio su luce).
Come se non bastasse, ad intensificare tutto ciò interviene la componente sonora: il film, essendo un documentario amatoriale, è privo di musica, ma nelle scene notturne parole, sussurri, bisbigli, urla lancinanti, respiri affannosi, pianti e rumori indistinti compongono un’originalissima colonna sonora che da una parte accentua la tensione dello spettatore (tensione qui però mentale, non fisica come negli horror comuni: la nostra non-percezione della realtà anziché alla paura ci porta all’angoscia, all’horror vacui), dall’altra completa l’idea di frammentazione, di “materia gettata sulla tela”.
Il finale del film, per quanto suggestivo, è più tradizionale e rinuncia quasi totalmente alla straordinaria tecnica utilizzata in precedenza, forse per soddisfare almeno in parte un pubblico non pronto a reggere un horror in cui non succede nulla; purtroppo il pubblico non poteva capire che il nulla che stavano fissando era un’enorme tela su cui dipingere il proprio terrore più intimo. Non succede nulla perché non deve assolutamente succedere nulla.
The Blair Witch Project è un film di proporzioni gigantesche, ma non nel senso comune di film. È piuttosto un aforisma, un divertissement concettuale, un Cat People prestato al mondo dei pop corn, il non plus ultra dell’umile indipendenza horror, il felicissimo (e forse irripetibile) matrimonio tra la beffardia mockumentary, la genialità marketing, il feticismo tecnologico più profetico e oscuro e l’ammiccamento avverso del prodotto di consumo più grossolano e raffinato verso un fruitore incapace di recepire.
Krautrick
2011-12-27 19:44:17
Marco_Biasio
Guarda Rick, ti ringrazio della risposta e provo a risponderti a mia volta. Fatta eccezione per i gusti personali sui due film (pensa te, io Cannibal Holocaust lo adoro, sebbene non possa sopportare quelle violenze sugli animali), ho citato il film di Deodato e "Il cameraman e l'assassino" come possibili paragoni a TBWP perché, anche se nello svolgimento differiscono in alcuni casi non da poco, alla base sono formalmente identici. Vero è ad esempio che Cannibal Holocaust mostra tutto, spiega tutto, al contrario di TBWP: eppure l'insistenza della ragazza nel continuare ad andare avanti nella foresta, nel continuare le ricerche nonostante la scomparsa dell'amico, nel continuare a riprendere... non è la stessa ostinazione di Barbareschi quando intima ai suoi compagni "continua a girare! continua a girare!"? Bene, da una parte ci sarà il voyeurismo più o meno accentuato dello spettatore, dall'altra la nevrosi paranoica di una studentessa che non riesce più a distinguere la realtà attorno a sé... Però la steadycam è sempre al centro, protagonista della scena, ed assiste immobile e silenziosa al dipanarsi di entrambe le trame, unica sopravvissuta ai rispettivi scempi ed unica testimone diretta (e coatta) dei fatti... Su "Il cameraman e l'assassino" i nostri giudizi sono ancora più distanti, mi sa. Sicuramente la vicenda, nel complesso, è molto differente da quella di TBWP, eppure prendiamo il finale: in trenta, sgranati, sporchissimi secondi la vicenda corre repentinamente, senza preavviso, verso la sua conclusione. Noi abbiamo la percezione di quello che sta succedendo (sentiamo gli spari, vediamo l'assassino morire davanti alla videocamera, vediamo i cameramen cadere feriti a morte, vediamo qualcuno attraversare di corsa il campo ottico della ripresa...) ma chi può darci la sicurezza di ciò che è avvenuto e ciò che, invece, è una nostra, arbitraria ricostruzione? Anche il finale di TBWP è sfumato in questo senso: tutto porterebbe a dire che la strega non è un fantasma, esiste ancora, ed ucciderà tutti i ragazzi dopo averli messi faccia a muro... ma ne siamo certi? O è sufficiente un urlo di terrore, un ragazzo al muro, uno sfarfallio di immagini? Per me la somiglianza è evidente, se non palese... Nulla di male, sia chiaro, nessuno inventa niente e non c'è bisogno di risalire ogni volta al padre putativo per "legittimare" la forza di un film. Solo che qui a mio avviso non c'è nessuna invenzione, come in Matrix, quando invece proprio questi due film sono stati presi ad esempio come portabandiera di un "nuovo" modo di fare cinema. A tal proposito, al corredo di citazioni ed influenze di TBWP ti aggiungo una terza pellicola, ancora meno conosciuta ma ancora più clamorosa al riguardo, girata esattamente un anno prima di questa e con delle similitudini francamente innegabili: The Last Broadcast, di Stefan Avalos e Lance Weiler. Non un gran film, ma abbastanza calzante...
2011-12-27 14:56:33
Krautrick
2011-12-26 20:58:28
Marco_Biasio
2011-12-18 13:34:08
Marco_Biasio
2011-12-17 14:01:33
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