Dalla semplice storia d'amore tra Katie e Paco nasce Ricky, il piccolo dimostra ben presto di avere un dono straordinario, dalla sua schiena nascono due piccole ali che gli permettono di volare. La madre cerca di proteggere il figlio, ma quando i media scopriranno il dono di Ricky, la vita dell'intera famiglia cambierà.
Che François Ozon sia un autore e regista raffinato (a volte un po’ troppo intellettualmente snob), lo si vede in tutti i suoi film (Angel, 8 donne e un mistero, Swimming Pool,…). Di certo è un personaggio i cui film possono dare grandi soddisfazioni…ma anche no.
Con Ricky ci porta in una periferia che non ha nulla da invidiare a quelle inglesi di Ken Loach, anche se meno dura, meno condannata e dove una speranza di miglioramento c’è sempre, che sia una vincita al lotto, un nuovo amore o la nascita di un figlio.
Così, dall’incontro tra una giovane operaia (interpretata dalla brava Alexandra Lamy) e un emigrante spagnolo, nasce Ricky. Non viene alla luce per caso, come uno dei bambini non voluti delle periferie altrettanto difficili delle storie raccontate dai Dardenne. Ha uno scopo preciso: riportare la serenità/felicità nella vita di una quasi-famiglia tanto fragile quanto giovane, offrirgli una possibilità di ricominciare.
Il suo quasi-angelico arrivo cambia la loro vita, lentamente quando le sue alucce d’angelo che da lividi sulla schiena si fanno col tempo ali da cigno. Riavvicina madre, figlia e nuovo compagno in un abbraccio straordinariamente commovente nel suo essere “normale”, sulle note di The Greatest di Cat Power, lo stesso pezzo che ci faceva commuovere durante la relazione Jude Law-Norah Jones in My Blueberry Night (Un bacio romantico) di Wong Kar-Wai.
Ozon ci prova a portare la magia in una realtà ostica, dove i problemi non sono la scelta delle vacanze, del vestito da comprare o del tronista da corteggiare ma come (soprav)vivere. E se l’intenso finale, anche se scontato, finale ci può far uscire dalla sala con un sorriso e un po’ di commozione, è difficile dimenticarsi che il film stenta a decollare, limitandosi spesso a planare a pochi metri da terra senza spiccare il volo come Ricky.
Come il precedente film (Angel), anche questo mi lascia una sensazione di insoddisfazione, di qualcosa di imperfetto…quasi che manchi sincerità in un quadretto che rischia di essere solo un esercizio di stile intellettuale, senza mai arrivare però a certi livelli di ruffianeria presente in altri film, anche molto belli (vero Danny Boyle?).
Nell’ottimo cast, spicca senz’altro la bravissima Mélusine Mayance che interpreta la figlia di sette anni: nel suo sguardo innocente ma a tratti maturo, ho rivisto un po’ di Stella, di Amelie…tutte accomunate dal dover crescere più in fretta di tante coetanee più o meno viziate.
Coproduce l’italiana Teodora Film che all’inizio della pellicola ci tiene a precisare che la distribuzione è completamente indipendente.
Consigliato? Dipende. Se uno è a digiuno di film d’autore, direi che di certo non gli può fare male.
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