Claudio (Elio Germano) è un manovale romano, trentenne, innamoratissimo di Elena (Isabella Ragonese) e dei suoi due figli. Trascorrono felici la loro modesta esistenza piccolo borghese, tra gite festive ai centri commerciali e riunioni familiari, finché il destino decide di rovinare questa perfetta armonia. Sconvolto e consumato dal dolore, Claudio capisce che deve comunque andare avanti con la sua vita, per il bene dei figli, e allora si concentra sul lavoro, cercando il modo di fare "soldi facili". I soldi diventano l'ossessione di Claudio, e lo spingeranno, una catastrofe dopo l'altra, fino ad un profondo baratro morale. Proverà a improvvisarsi costruttore, facendo il passo più lungo della gamba e rischiando il punto di non ritorno.
Unico italiano in Concorso al 63° Festival di Cannes (e già presente in tutte le sale grazie alla 01 Distribution), La nostra vita di Daniele Luchetti è un film dal sapore tipicamente neorealista e con forti accenti documentaristici su una realtà che, oggi, sembra facilmente riscontrabile in moltissime periferie industrializzate della capitale e non solo. Sebbene il film abbia sicuramente buoni intenti, si pone sin da subito come un manifesto dell'italianità, la peggiore intendiamoci, senza dare spazio ad un minimo di “opposizione”. Ma si sa, in Italia l'opposizione non esiste...
Meritatissima Palma d'Oro come “Miglior Attore Protagonista maschile” a Cannes, un Elio Germano che, dopo “Mio fratello è figlio unico”, appare al meglio delle sue capacità - impensabile qualsiasi altro attore al suo posto, nonostante alcuni eccessi di dubbio gusto stilistico e narrativo, che esaltano all'ennesima potenza la romanità del film, come la sequenza in cui Claudio urla a squarciagola Anima fragile di Vasco Rossi al funerale di Elena.
Il film dà il meglio di sé nella parte centrale, quando allo scoramento e alla rabbia del protagonista si contrappone una fin troppo rapida volontà di riscatto e di vendetta, contro la società e contro gli dei capitalisti del denaro e del lavoro, traducendo tutto nella deriva morale all'insegna del guadagno facile e rapido (quello degli intrallazzi, dell'illegalità e degli appalti che volente o no, fa l'occhietto alle vicende giudiziarie degli ultimi mesi). In questo l'opera di Luchetti si dimostra veramente attuale e al passo con i tempi, forse inconsciamente, visto quanto affermato dal regista a più riprese durante le conferenze stampa, confermando l'assoluta mancanza di giudizi e di denuncia nelle sue intenzioni.
Tralasciando la “proletarietà” a tutti i costi del film, prevalgono le prestazioni eccezionali degli attori, dalla breve apparizione di Isabella Ragonese a quella più incisiva di Stefania Montorsi. Su tutti però si staglia Luca Zingaretti, insolito spacciatore, capellone e disabile, che per questa volta sveste i panni del commissario Montalbano. Raoul Bova riaffiora per interpretare qui il fratello di Claudio, in un ruolo da bello e impacciato con le donne che, a quanto pare, gli si addice anche nella vita reale. Il bel fratello correrà più volte in soccorso di Claudio, fornendo spunto per sottolineare come la famiglia resti l'ultimo baluardo a difenderci da un mondo crudele e spietato.
Il bell'affresco di cantieri, operai extra-comunitari e costruttori arraffoni che ci compare davanti sembra essere un manifesto del regista, che però non è abbastanza coraggioso per firmarlo come si conviene, rimanendo quindi incompleto.
Insomma...
2011-10-21 11:44:56
Peasyfloyd
2011-01-28 18:55:29
fabfabfab
2011-01-28 15:34:58
La recensione è ottima per un film scorre abbastanza piacevolmente. La bravura di Elio Germano e Luca Zingaretti non si discute, anche se per quanto concerne la scelta di qualche interprete, non concordo totalmente. Sotto la direzione di Luchetti, di cui non preferisco più lo stile nell'uso della macchina da presa, anche il belloccio Raul Bova riesce ad emergere, altrimenti poco convincente. Le immagini subiscono troppi strappi a mio avviso e a lungo andare possono infastidire. Ultima pecca che per me ha rovinato la scena più bella del film. Quel "daje!" di stampo pressochè tamarro urlato da Germano mentre intona con doverisa rabbia la canzone di Vasco Rossi al funerale della moglie. Quella rabbia che si tramuta in pianto è splendida ma stride troppo evidentemente con quella esclamazione che si poteva risparmiare. Bravissimo Matteo!
2010-06-18 12:05:50
Peasyfloyd
2010-06-09 00:55:57
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